(articolo pubblicato su Orticalab il 12/7/2023)

C’è un rudere in ogni paese, c’è una storicità in ogni rudere e nostalgici di ogni storia.

Più raramente ci sono azioni che trasformano l’estetica della decadenza in realtà contemporanee. Ancora meno, paesaggi che diventino oggetto di attenzioni quotidiane condivise e luoghi marginali che siano protagonisti della consapevolezza delle comunità.

In ognuno dei nostri centri ci sono quei monumenti a cui tutti riconoscono un valore comunitario, non fosse altro per i volumi di retorica ripetuta su di essi. E poi, ci sono i monumenti inconsapevoli, quelli che vegetano tra il degrado o la non-conoscenza, sui quali nessuno intavola ricordanze o addirittura, che incarnano quel degrado che, per molti, impedirebbe il definitivo avvio di uno sviluppo mai visto partire.

In ogni paese c’è più di uno spazio o rudere che, abbandonato dalla storia, diventa l’oggetto avvolto da vegetazione spontanea, la discarica urbana per muratori fai da te, l’angolo su cui poggiare le terga di cani dai padroni senza pedigree. Sono l’incarnazione del concetto standard di margine , vittime e carnefici della fatiscenza che minaccia l’integrità statica e quella igienico sanitaria delle aree su cui sorgono.

È su queste realtà contraddittorie che si misura la voglia di una comunità ad essere tale.

L’educazione al Paesaggio, se fosse materia di studio e non visione di tramonti commoventi, si occuperebbe della ricerca di consapevolezza nelle comunità proprio a partire dalle cose che si credono marginali. La costruzione di una ri-conoscenza delle comunità per l’insieme del loro territorio e non solo per quanto sembri eclatante, sarebbe lo strumento per dare una conseguenza costruttiva alle tante analisi prodotte, ai tanti storytelling pronunciati, alla retorica promossa.

Soprattutto, sarebbe la premessa per una partecipazione attiva di tutti, rinnegando l’abitudine all’attesa o alla rivendicazione di atti doverosi da parte di qualcun altro.

Più delle solite parole: sviluppo, resilienza, valorizzazione, spopolamento, è la vivibilità l’obbiettivo da raggiungere nei nostri centri pieni di nostalgie ma poveri di gente e la solidarietà orizzontale lo strumento più immediato per raggiungerla. La soddisfazione dei bisogni di una comunità attraverso i cittadini stessi, magari in forma associata e\o volontaristica, non come polemica paesana all’efficacia delle amministrazioni locali ma come cura quotidiana alle cose che non sono loro ma sono di tutti. Questa, dovrebbe essere l’infrastruttura primaria da costruire e su cui impegnarsi.

Citando Ugo Morelliil paesaggio è dentro di noi prima di essere intorno a noi e l’espressione antropizzata del paesaggio, il mondo che creiamo intorno a noi, è il risultato delle nostre proiezioni mentali e delle nostre scelte, dettate dall’organizzazione degli interessi e dai nostri stili di vita.

Così, che ci piaccia o meno, il Paesaggio a cui tutti diamo vita è un problema che dobbiamo porci singolarmente ma in una visione collettiva, se vogliamo scoprirlo come vorremmo che fossimo e non come, più spesso, siamo. Se volessimo assistere a proiezioni del nostro interiore che siano più degne di essere messe in vista.

In questo, la vita dei monumenti inconsapevoli, dei luoghi marginali, delle percezioni di degrado diventano la cartina al tornasole della capacità dei membri di una comunità a riconoscersi attori e non analisti. Gli strumenti ci sono ma utilizzarli richiede impegno. Quello dei cittadini a diventare protagonisti del fare e meno del giudicare, quello degli amministratori a dismettere le tentazioni demiurghe, quello di tutti a rinunciare alle proprie certezze, creando conseguenze a quanto si dice.

Scampia dove, a dispetto della retorica, esiste una attività associativa eccezionale, il Progetto Pangea con un’azione dal basso condotta da una rete di oltre dieci tra gruppi e associazioni, cinque scuole, autofinanziata da liberi contributi economici e materiali e dall’8×1000 delle Chiese metodiste e valdesi, ha realizzato la trasformazione un’area di circa quattromila metri quadrati, recinto di sei discariche a cielo aperto, nel Giardino dei cinque continenti e della non violenza . Nel 2019, si tenne la cerimonia con la quale la Rete restituiva lo spazio al Comune. Oggi quello spazio esiste, ancora più vivo ed è gestito, autofinanziato, da chi lo ha creato.

Per rilanciare quattordici borghi siciliani attraverso interventi di rigenerazione urbana, in due anni sono stati realizzati circa tre milioni di euro di investimenti, tra acquisti di immobili e lavori di ristrutturazione degli stessi. Oltre un milione è stato raccolto tramite campagne di crowdfunding immobiliare. In questo modo sono stati finanziati i restauri di diciassette edifici. Di cui quindici già conclusi.

Nel Museo archeologico di Pontecagnano, è stato possibile il restauro della tomba “della donna con l’ombrellino”, un’importante tomba dipinta, databile al III secolo a.C., grazie ad un ampio coinvolgimento di enti, associazioni e cittadini e con i finanziamenti acquisiti dalla Soprintendenza tramite la piattaforma Art bonus e lo strumento del credito d’imposta.

Al contrario ad Avellino, il progetto di “Fondazione partecipata” dell’ex Eliseo è sparito quando tutte le associazioni candidatesi alla gestione hanno capito che lo strumento prevedeva non solo contributi di idee e spazi da usare per le proprie attività ma, sopratutto, la partecipazione in solido al finanziamento del complesso.


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La riqualificazione partecipata, è un modello virtuoso che si dovrebbe finalmente sperimentare anche alle nostre latitudini per arrivare ad agire sulla valorizzazione dei luoghi, specie quelli marginalizzati, anche quando le carenza di risorse pubbliche non lo permetterebbe, quando non c’è eccezionalità del bene ma esiste l’utilità socio-culturale del risultato.

È un modello che si basa sui cittadini che partecipano alla progettazione, alla realizzazione degli spazi, soprattutto, al finanziamento delle opere e sulle amministrazioni che diventano coordinatori e catalizzatori di conseguenze.

I modi e gli strumenti per l’attivazione di questo processo sono molteplici e si caratterizzano tutti per l’assenza di attesa di opportunità istituzionali da sfruttare e per azioni concrete a scale crescenti d’intervento. Per la ricerca delle risorse economiche si possono sfruttare piattaforme di crownfunding, sponsorizzazioni aziendali e private, crediti d’imposta, gestioni partecipate.

Fondamentale è il coinvolgimento ma deleterio è rincorrere il plebiscitarismo. Si inizia con chi c’è e si fa quel che si può, ricordando sempre che l’ottimo è nemico del buono.

L’obbiettivo principale non è la conquista di consenso o il risultato privatistico ma trasformare le cose marginali in occasioni dalle quali iniziare a sperimentare nuovi approcci alla costruzione di vivibilità, alternativi allo statalismo e dal duplice risultato di migliorare i luoghi e gli uomini.

I modi e gli strumenti per l’attivazione di questo processo sono molteplici e si caratterizzano tutti per l’assenza di attesa di opportunità istituzionali da sfruttare e per azioni concrete a scale crescenti d’intervento. Per la ricerca delle risorse economiche si possono sfruttare piattaforme di crownfunding, sponsorizzazioni aziendali e private, crediti d’imposta, gestioni partecipate.

Fondamentale è il coinvolgimento ma deleterio è rincorrere il plebiscitarismo. Si inizia con chi c’è e si fa quel che si può, ricordando sempre che l’ottimo è nemico del buono.

L’obbiettivo principale non è la conquista di consenso o il risultato privatistico ma trasformare le cose marginali in occasioni dalle quali iniziare a sperimentare nuovi approcci alla costruzione di vivibilità, alternativi allo statalismo e dal duplice risultato di migliorare i luoghi e gli uomini.